mercoledì 22 marzo 2017

Torquato Tasso e Sorrento

“E’ ora di cena, messer Tasso” disse in tono serio ed inespressivo l’infermiera. Per tutto il tempo in cui accompagnò la porta della cella per entrarvi, si sentì un cigolio costante. Dall’altra parte, però, ci fu solo silenzio. Il Poeta, steso sul letto intento a fissare il soffitto, non prestò infatti alcuna attenzione. La donna, sul cui viso cominciavano ad intravedersi i segni dell’età, non parve sorpresa dalla sua reazione: probabilmente già se l’aspettava. Gli voltò le spalle con un accenno di sdegno e si avviò a passi lenti verso la porta, lasciando così il Poeta alla sua solitudine, che insieme alla follia gli teneva compagnia in quella stanza buia. Ormai da molto tempo era rinchiuso lì. Proprio per questo sembrava quasi che si confondesse con l’ambiente circostante. Era divenuto le fredde pietre del muro, le sbarre di ferro di quella piccola finestra che non vedeva mai la luce, gli anelli delle catene che soffocavano la sua libertà. Mentre continuava a contemplare il nulla, d’improvviso ebbe un sussulto che lo fece sobbalzare dal letto gelido su cui giaceva. Il suo sguardo, spento ed apatico fino ad allora, si trasformò. Si ricordò infatti della sua Sorrento, che tanto aveva amato, ma che non visse mai quanto avrebbe voluto. Leggendo la biografia di Torquato Tasso, è facile intuire come egli abbia trascorso solo pochi anni della sua infanzia a Sorrento, soprattutto perché, dal 1550 (anno in cui il principe di Salerno fu bandito), il poeta iniziò a seguire il padre Bernardo nei suoi continui spostamenti, stabilendosi successivamente alla corte di Ferrara. Nel 1558, però, accadde un episodio che segnò il Tasso nel profondo e che, probabilmente, gli fu anche di ispirazione per il suo capolavoro “La Gerusalemme liberata”: Sorrento e Massa Lubrense, infatti, furono saccheggiate dai saraceni, gli stessi “infedeli” dell’opera tassiana. Pur essendoci anche questo dietro la “Liberata”, è ovviamente chiaro, d’altronde, come la necessità principale del poema non fosse quella di screditare i nemici in quanto predoni della sua città natia, ma più che altro quello di mettere in risalto il potere della Chiesa cattolica in un periodo in cui si tendeva a marcare sempre più i dogmi della dottrina cristiana. Il Tasso, non a caso, visse appieno il periodo del Concilio di Trento e della Controriforma, che saranno poi gli artefici di quella sua lacerazione interiore, di quel contrasto tra “essere” e “dover essere” che lo accompagneranno per il resto dei suoi giorni. A sostegno di ciò si può infatti dire che, non appena egli ebbe completato la sua opera, i dubbi e le preoccupazioni di ordine etico, morale e religioso, uniti agli screditamenti di coloro che erano invidiosi della sua arte, cominciarono a tormentarlo. Proprio per questo egli riscriverà l’opera, cambiandone il titolo e in parte i contenuti, non trovando però riscontri positivi dalla critica come con la “Liberata”. Tutti questi fattori, a partire dal 1580 circa, diedero il via a quella che viene universalmente riconosciuta come “follia”. I momenti felici, ormai, erano finiti. Eppure, durante tutto il corso della sua vita, sia negli attimi di lucidità che in quelli di pazzia, ci fu sempre qualcosa che egli si portò dentro gelosamente, ma di cui si possono trovare frequenti accenni nelle sue opere, come chi custodisce un segreto così grande ma talmente bello che sente il bisogno di rivelarne almeno una parte per non scoppiare: il ricordo di Sorrento. Sorrento, quella città che tanto gli fu cara, egli non la dimenticherà mai. Ne sarà così affezionato che, poco prima di essere rinchiuso nell’ospedale di Sant’Anna, scappò da Ferrara per ritornare in patria, dalla sorella Cornelia. Quando ho saputo di quest’episodio della vita del Tasso, ho provato subito ad immaginarlo. Un signore, sulla trentina o poco più, con segni evidenti di follia, dal carattere troppo sensibile, che fugge via da tutto e tutti per riabbracciare quella terra che, forse, sentiva sua più di qualsiasi altra cosa al mondo. Me lo immagino lì, con gli occhi chiusi ed il rumore delle onde del mare come musica per le sue orecchie, a sognare di evadere da una realtà troppo contorta, troppo ambigua, troppo discordante per uno come lui. Una realtà che lo costringeva ad essere chi non era, che lo imprigionava in una gabbia dalla quale tentava, il più delle volte invano, di scappare. Nella maggior parte delle sue opere, infatti, come nella stessa “Gerusalemme Liberata”, a prevalere è un’altra natura del poeta, quella costruita sulle convinzioni e i modelli dell’epoca, quella fittizia di uomo battagliero e forte, senza paure né punti deboli. E invece, come si può facilmente notare analizzando le sue opere e la sua psicologia, il Tasso era completamente diverso. Era fragile, schivo, costantemente avvolto in un alone di malinconia ed inadeguatezza nei confronti degli altri, predisposto alle passioni e ai sentimenti più che alla ragione. Ed è dunque questa la sua vera natura, che inoltre è lo specchio del clima e dell’atmosfera sorrentini. Solo in un caso essa viene fuori, ovvero nel dramma pastorale “Aminta”. In esso, infatti, il finale lascia spazio ad una felicità per così dire “completa” (del tutto insolita se paragonata agli amori tragici della “Gerusalemme Liberata”), che avvolge i due protagonisti, il pastore Aminta e la ninfa Silvia, riflettendosi nel paesaggio agreste circostante, visto come simbolo di amore e di perfezione. Anche in questo, inoltre, possiamo ritrovare un’allusione a Sorrento che però, adesso, non è solo luogo fisico ma diventa anche luogo dell’anima, un po’ come il “colle” di Recanati fu per Giacomo Leopardi. Nell’esatto momento in cui pensò alla sua “dolce terra natia”, sulla guancia del Poeta scivolò una lacrima. Andò via veloce, impercettibile, eppure portava con sé tutta la nostalgia che il Poeta aveva provato in quel momento. Sì, forse è proprio questo il sentimento che meglio descrive il suo stato d’animo in quell’istante. Sapete, la parola “nostalgia” deriva dal greco. E’ composta dalle parole “nostos”, (ritorno), ed “algos” (dolore). Dunque essa non è altro che il dolore provocato dalla consapevolezza di non poter più ritornare a ciò che è stato. Ritornare all’infanzia, ai viaggi col padre, ai primi tempi presso la corte di Ferrara dalla quale tanto era apprezzato, all’amore segreto e passionale per Leonora D’Este, ma soprattutto ritornare a Sorrento, che si identifica meglio di qualunque altra cosa con gli attimi di felicità che, a partire dalla seconda parte della sua vita, egli non vivrà più. “Colpa della follia?”, si chiederà qualcuno. No. Piuttosto colpa di quella che io definirei la “sindrome dell’artista”, ovvero quell’indomabile sofferenza che affligge chiunque sia dotato di una sensibilità troppo grande per resistere all’interno di un mondo così imperfetto, chiunque veda la realtà con occhi troppo diversi da quelli delle persone comuni, come nel caso di Leopardi e, ovviamente, di Torquato Tasso. Spesso egli rende nobili le cose che a noi sembran volgari, mentre quelle che noi stimiamo perdono per lui ogni valore. Dal “Torquato Tasso” di Wolfgang Goethe. Paolo Caccavale Carmine Izzo

lunedì 13 marzo 2017

Tasso e Sorrento

Torquato Tasso rientra nella sua terra natia, Sorrento. Ne ricorda i bei momenti e ne esalta dettagli e paesaggi, accorgendosi della riconoscenza provata nei suoi confronti dai suoi concittadini. O bella età dell'oro, età strappatami durante il fior dell'infanzia, età scrupolosamente custodita dall'animo impavido, forte è il disio che di te mai il ricordo abbandoni la mente. E allora m'incammino, il cavallo mio solca chilometri di terra, da te solo ho in mente di tornare. O bella età dell'oro, età strappatami durante il fior dell'infanzia, farai ritorno a me oltrepassando il limite dell'ingente tempo perduto e rischiarando ai miei occhi l'amena visione della terra natia, Sorrento. Là, verso quella terra che mi lasciò andare involontariamente perchè destinato ad altri lidi, ma che mi attanaglia a sé ancora, tramite il suo ricordo, che agita le mie tempra. Quella terra in cui fu scritto il nome mio nel libro della vita. Un turbinio di brama, un vortice di straziante malinconia, un saldo legame intessuto anni or sono e mai laceratosi. Sorrento mia, sto raggiungendoti, scorgo te come se avessi bruciato lì le tappe di quel lungo e tormentato percorso che è stato la mia vita, vagheggiando odo di te il flebile rumore del vento che carezza le foglie dei profumati alberi di agrumi, degli uccelli che abitano i tuoi giardini e i tuoi boschetti e che ritmano l'avanzare del giorno a suon di cinguettii risonanti da ogni parte. Riecheggia nella mente l’immagine del mare che divide Sorrento da Napoli e delle verdi montagne. La visione di te è così commovente, il rimorso di non averti vissuta è tale da farmi trattenere il respiro. Ascosi quella commozione, ripresi a respirare affannosamente aiutato dall'olfatto, che ora lascia che odori il profumo della natura lussureggiante, di fiori, frutti e piante, il profumo delle pietanze appetitose e del limoncello, il profumo di salsedine. E mentre ripercorro solo col pensiero le vie della edenica Sorrento, eccomi pervenuto dopo aver a lungo errato. Abbandono sovrappensiero il mio destriero, ormai il disio di rivederti, terra mia, è divenuto vero. Mi aggiro angosciato tra i vicoli, in cerca di qualsiasi informazione che mi possa condurre a destinazione: la dimora di mia sorella, Cornelia. Mentre cammino il passo si fa pesante e come questo anche i pensieri che riaffiorano alla mia mente. Nonostante gli anni trascorsi non mi sento estraneo. È unica questa terra che infonde nel mio cuore affranto una calorosa accoglienza. Continuo il mio iter irrefrenabilmente e al pari di un infante curioso osservo tutti i particolari. Mi meraviglio di quanta gente mi scruti e indichi il mio nome. Mi guardo attorno e comprendo il motivo di tanto frastuono in quella piazza: dirigo lo sguardo verso l’alto, sull'insegna è scritto il mio nome, Piazza Tasso. Ecco sopraggiungere Cornelia con fare ansioso e preoccupato. Ha percepito la mia presenza senza alcun preavviso riguardo al mio arrivo, è scesa in piazza conscia di trovarmi. Sbalordito le indico cosa è accaduto, lei mi mette a tacere rimproverandosi di non essere riuscita a darmene notizia. Sorrento, ora so che mi rimembri com’io rimembro te! Quale lieto annuncio, quale onore e soddisfazione! I miei concittadini riconoscono e ammirano il mio "genio" come fossero la corte patrocinante il mio operato. Quella strenua opera di labor limae, quel visionare molteplici volte il suo frutto, l’attenzione a non includere ideologie politico-sociali contemporanee, mi conferisce la conferma della mia genialità. Non a caso i versi più famosi che ho composto sono proprio quelli dediti alle mie origini, nel dramma "Aminta". Ti ho esaltata, cara Sorrento, nelle tue perfette simmetrie, il tuo meraviglioso paesaggio. La mia musa ispiratrice ed emblema della mia crescita e rinascita sia spirituale che intellettuale, tu sei stata. Sono orgoglioso che tu abbia contribuito a rendere le mie composizioni immortali e che mi abbia onorato nominando la piazza principale col mio nome. Sono stanco ormai delle lunghe passeggiate per le dorate vie della mia città. Da terre assai remote accorgo per tributare soltanto un saluto, o forse un sospiro, alle mura in cui passai i primi anni della mia vita e dove rilevavo le malinconiche armonie dei miei versi. Troverò forse le lenzuola ancora profumate di gelsomino, oppure lo sgabello ligneo adagiato alle ringhiere del terrazzo ormai logorate dalla ruggine, dove osserverò il golfo di Napoli, costellato di luci? Così immagino e dopo aver attraversato un’infinità di angusti viottoli son menato in un cortile, sull’alto del quale sta scritto: Hotel Tramontano. Non posso crederci. Mi sembra un sogno. Si sono profanate quelle venerande reliquie, e di quel sito che doveva rimanere alla venerazione dei posteri, si è fatto … un albergo? Questa è la grande considerazione che han di me i miei concittadini? Decido di entrare: mi accolgono in numerosi uscieri e portieri messi in tiro, colorati di un artificioso sorriso, proprio di chi accoglie quotidianamente la clientela. Nessuno sembra riconoscermi, nessuno si ricorda del proprietario di quella struttura ambiziosa, lussuosa, trasformata in un luogo come mille altri. Chiedo del direttore, devo chiarirmi le idee. Mi sento a disagio, in attesa di un uomo sconosciuto, ma che già disprezzo. Quando mi raggiunge attende complimenti e cerimonie per l'impeccabile servizio e la rigorosa professionalità, ma quando esordisco con la mia presentazione, si incupisce e quasi si dispiace per colpe che in realtà non sono sue. Non riesco a capire come sia possibile che la mia casa adesso sia vittima di brindisi di festa e canzoni di ebrezza, che suonano tra le sue mura. Il lusso spiega le fragili pompe là dove io spiegavo i miei tesori imperituri, scrivevo i miei pensieri, mi riposavo quando la vita mi affliggeva, ridevo quando riflettevo sulla bellezza della mia terra. Nella mia complessa personalità, per tanti aspetti ancora oscura, fui e resto il poeta tragico che subì il lungo martirio di un irrisolto conflitto interiore tra due nature, o se si vuole, due anime opposte: quella moralista, oppressa dalla Controriforma, e quella umanistica e neopagana, incline per natura alla festa dei sensi, ai trattenimenti d'amore, alla libertà di costumi e di vita. Ed è in questa seconda e più autentica accezione che può essere agevolmente riconosciuta la mia identità sorrentina, la mia derivazione da una terra che resta tuttora tenacemente ancorata ad una concezione essenzialmente paganeggiante del mondo, riscontrabile nell'esuberante vitalismo della sua gente e nell'esplosione gioiosa delle passioni. Perché allora disprezzare in tal modo il mio nome, il mio contributo nell'elogio e nell'elevazione della mia Sorrento? Il direttore non sapeva cosa rispondere, mi ascoltava acconsentendo ad ogni mia parola, ma pareva mi prendesse in giro. Mi inalberai e decisi di uscire da quel luogo peccaminoso per prendere un po' d'aria. Amareggiato, mi allontano da quello che un tempo lontano era stata la mia casa, sentendo ancora vive le parole che avevo scagliato contro il direttore. Passeggio per le vie di Sorrento, immergendomi nella realtà delle persone che la vivono, decidendo di ritardare per un po’ il mio ritorno a casa. Penso a quanto io abbia viaggiato tanto in questa penisola strabordante di cultura, a quanto io abbia visitato tante città, e a come nessuna mi abbia mai fatto sentire a casa come questa. Mi guardo attorno, bramoso di rubare con lo sguardo tutto quello che non ho potuto scrutare in tutti questi anni: il sole si specchia nell' acqua del mare, la città gode di un cielo sereno che con lo scorrere del giorno si appresta a diventare più scuro e ad ospitare la luna e le stelle, le persone iniziano ad imboccare la strada che le condurrà a casa. Sono perdutamente affascinato da tutto questo bagliore, da cui mi sono tenuto lontano e di cui mi sono privato per troppo tempo, negando meraviglia e serenità alla mia anima e alla mia mente. O Sorrento mia, che hai lasciato in me un’impronta velata dal tempo trascorso, che solo ora torna alla luce, perdonami per non averti vissuta abbastanza. Torquato Tasso Testo delle alunne Del Gaudo, Palomba, Pellegrino e Vulcano della IVA

mercoledì 1 febbraio 2017

Presepi in mostra al Palazzo Baronale

STORIA DELL'ARTE PRESEPIALE Il giorno 1 Febbraio 2017, le classi IVB E IVO del Liceo Classico-Linguistico De Bottis, nell’ambito delle attività dell'ASL (Alternanza Scuola-Lavoro), si sono recati presso il Palazzo Baronale di Torre del Greco per visitare la mostra ''Storia dell'arte presepiale'', itinerario sulla nascita ed evoluzione del presepe dal 1223 fino ai giorni nostri, guidati dal professore Franco Iuliano. La tradizione del presepe risale al 1223, quando San Francesco D'Assisi, nel borgo di Greccio, ha rappresentato per la prima volta la natività con l'aiuto degli abitanti del luogo. Anche il Rinascimento vede protagonisti i presepi, grazie al lavoro di Gentile Da Fabriano, che ha presentato una natività fatta interamente di oro, tipico dello stile gotico, da lui particolarmente preferito. Altri due noti artisti dello stesso periodo, Michelangelo e Leonardo Da Vinci, decidono di rappresentare lo stesso tema: il primo realizza un dipinto su tavola, il secondo su tela, in cui i protagonisti erano i re Magi. Agli inizi del Seicento, Caravaggio dipinge il "Riposo d'Egitto", opera in cui la Vergine Maria reca il Bambin Gesù tra le braccia, e Giuseppe mostra uno spartito all'Arcangelo Gabriele che suona un flauto. Nel Settecento, il presepe raggiunge la sua massima espressione alla corte del Borboni, quando il re Ferdinando impegnò i più bravi artigiani dell'epoca per rappresentare le figure presepiali: uno di essi fu San Martino, tra i più grandi scultori napoletani, di cui ricordiamo il Cristo Velato. Il presepe del Settecento napoletano influenzerà i presepi di tutti gli altri secoli. La tecnica di questo periodo, per la creazione di un personaggio, prevedeva inizialmente l’abbozzo di un manichino fatto con fili di ferro coperti da steppa; i modellatori creavano la testa in terra cotta, con occhi di vetro; le mani e i piedi erano in legno, vestiti erano creati da sarti professionisti. Gli orafi erano chiamati a creare i doni dei re Magi, di solito in oro o argento. Diverse sono le tecniche utilizzate ai giorni nostri. Ad esempio, il sughero non è più rivestito con carta e poi colorato, ma è usato così com'è, per valorizzare il suo colore e dare naturalezza al presepe. Questa esperienza tra gli studenti ha suscitato molte emozioni, riportando il senso e il valore delle nostre origini. Mariarca D'Ambrosio Francesco Mori Ornella Malvino Maria Rita Ruggiero

La notte bianca del Liceo classico al Liceo De Bottis

Maratone di lettura, recitazioni teatrali, spettacoli musicali e di danza, incontri con gli autori, mostre fotografiche e cortometraggi . E’ ritornata, venerdì 13 gennaio, dalle ore 18 e fino alle ore 24, la Notte nazionale del liceo classico. L’iniziativa, promossa dal Ministero dell’Istruzione, nell’ambito delle azioni organizzate dalla Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e la Valutazione del Sistema Nazionale di Istruzione a sostegno degli studi classici e umanistici, ha visto quasi 400 (388 per l’esattezza) licei classici di tutta Italia aderire alla manifestazione. Migliaia tra dirigenti, docenti, alunni sono stati coinvolti nelle attività che vedono anche la sinergia di enti e istituzioni del territorio. La Notte nazionale del liceo classico è nata da un’idea di Rocco Schembra, docente di Latino e Greco al liceo classico «Gulli e Pennisi» di Acireale (CT) e quest’anno replica, dopo il successo degli anni scorsi, giungendo alla sua terza edizione. Nel corso della serata le scuole aderenti hanno aperto le loro porte a tutti i cittadini: ciascun istituto ha personalizzato le sue iniziative grazie anche al protagonismo degli alunni. La Notte nazionale del liceo classico vuole essere anche un modo alternativo e innovativo di fare scuola, e quest'anno il Liceo classico-linguistico statale G.De Bottis ha deciso di essere presente. ''Mare Nostrum'', questo è stato il tema, il filo conduttore che la scuola ha deciso di presentare. Moltissime le attività che la scuola ha voluto proporre: • ''Restyling della cultura'' del Lceo, un concorso di idee • De Bottis, chi è costui? • Open Museum • Tableaux vivants • Omaggio alla città • Verba volant • Donne sopra le righe • Quante cose mi mordono il cuore... • Achei, il prezzo è giusto! • Noi ad Atene facciamo cosi. • Blattae-The Beatles in latino • E Bruto è un uomo d'onore • Le meraviglie delle parole • Simposio, le declinazioni degli affetti • Non scegliere il liceo classi: il latino ed il greco sono lingue morte • La notte è... • La piccola bottega della storia • Ascoltando i filosofi • Il museo delle donne • Il viaggio nelle olimpiadi greche • Mondo classico e cristianesimo nelle menti culturali dell'Europa • The Bottis (presentazione di attività CLIL) • British culture meets the classical world • Deutsh Griechisch und latein... I ke spass! • Conosci il paese... la nostalgia di Goethe per l'Italia • Open Lab: itinerario di scienze di un visitatore nella notte bianca dei licei classici • Teorema di Pitagora, i numeri primi • Giovani stelle di una notte • Laboratori L.G.B.T Notevole la partecipazione dei cittadini all’evento, anche per la presenza di ex alunni, che si sono affermati in diversi campi, che hanno portato la loro testimonianza sulla importanza della cultura classica. E non è mancato l’incontro con uno degli scrittori napoletani più letti, Pino Imperatore. La notte si è conclusa con i ringraziamenti della Dirigente e fuochi d'artificio. E per i ragazzi del De Bottis : ''AD MAIORA SEMPER''. Mariarca D'Ambrosio

domenica 15 gennaio 2017

E poi ti capita di navigare in internet e ritrovare un video passato ed una esperienza vissuta da alunni ormai lontani, ma sempre nel cuore.... https://www.youtube.com/watch?v=CrSqotiQf7U

giovedì 5 gennaio 2017

Villa Macrina: grande affluenza alla Mostra “Itinerario d’arte lungo il Miglio d’Oro”

Villa Macrina: grande affluenza alla Mostra “Itinerario d’arte lungo il Miglio d’Oro” Grande successo di pubblico a Torre del Greco, presso la Biblioteca comunale “E. Aprea” di Villa Macrina, per la Mostra ‘’Itinerario d’Arte lungo il Miglio d’Oro’’, organizzata dall’Associazione Arteggiando e l’Ordine degli Architetti P.P.C. di Napoli e Provincia, con l'esposizione delle opere di 51 artisti. All’inaugurazione del 21 Dicembre hanno partecipato anche gli studenti del Liceo De Bottis impegnati nell’attività ASL presso il Comune di Torre del Greco. L'iniziativa è partita il 15 ottobre 2016 da Villa Fernandez (Portici) e terminerà il 29 Gennaio 2017 a Villa Signorini (Ercolano), coinvolgendo i diversi Comuni attraversati dal Miglio d’Oro. Queste le sensazioni che alcuni quadri hanno suscitato negli studenti. Le loro considerazioni partono dalla visione di opere di cui, tranne tre, non conoscono il titolo. • Quadro di Anna Scopetto: a prima vista, il quadro sembra rappresentare un ruscello costeggiato da due lembi boschivi. All'orizzonte, il cielo ed il ruscello sembrano congiungersi in un unico punto. I colori prevalenti sono le tonalità di marrone per la terra, di verde per le chiome degli alberi, e l'azzurro e il bianco per il cielo. Ciò che si nota subito è la totale mancanza di contorni, il colore è steso a grandi pennellate e difficilmente si nota la fine di un elemento e l'inizio di un altro, tutto è legato alla perfezione. Ma ciò che a prima vista può sembrare un paesaggio, ad uno sguardo più attento si trasforma in due volti, posti uno di fronte all'altro, il cielo ed il ruscello a separarli. Cosa potrà rappresentare? Due innamorati? Una personificazione della natura? Ai visitatori è dato il compito di scoprirlo. (Martina Iacomino)
• Quadro di Pascal: visto da una prospettiva soggettiva, rappresenta una sorta di voragine, una spaccatura che distrugge, un'armonia tra i colori, soprattutto l'azzurro e il blu che simboleggiano la quiete, la pace. Al centro c'è una sorta di caos che provoca l'interruzione di questa armonia. Il quadro, anche se molto semplice tecnicamente, esprime un concetto assolutamente non banale, quasi come se rappresentasse i problemi della vita dell'autore, presentatisi inaspettatamente, così come succede nella normalità di ognuno. La semplicità del quadro ne maschera un po' la complessità del significato. Anche la tecnica utilizzata è molto articolata, per cui con la stessa pittura crea una sorta di tridimensionalità nel quadro. (Nunzia Telonico) • Quadro di Giordana Parisi: opera di una nota pittrice napoletana, il dipinto è associato al tentativo dell’uomo raffigurato di estraniarsi dalla realtà, arida e cruda, metaforicamente ripresa da un lungo ramo a lui sottostante: la forma semicircolare del ramo precisa il continuo barcollio della vita. Lo sfondo è del tutto nero, poichè la pittrice vuole trasmettere l’assiduo disorientamento provato dal protagonista: questa tonalità scura esprime quel senso di dubbio e agonia, ripreso anche dai lineamenti del viso. Il soggetto è nudo poiché dovrebbe affrontare, inerme, le continue peripezie che gli si presentano nel corso dell’ esistenza. Il robusto bastone, in antitesi al ramo, potrebbe essere interpretato come quella fonte di speranza cui arrampicarsi. Questo dipinto rappresenta l’uomo incerto sul da farsi, che tenta con tutte le sue forze di resistere, ma la stanchezza che prevale su di lui lo porterà a fallire. (Angela Amendola)
• Quadro di Sofia Orabona dell'Aversana: a primo impatto, può sembrare molto semplice e minimalista. In primo piano è raffigurata una scala a chiocciola non del tutto visibile, nascosta in parte da un muro e da una parete laterale sulla tonalità del grigio. Nella parte inferiore tre rami di bougainvillea poggiano sul bordo della tela e ben visibile è l’ombra di alcune foglie sul muro alle spalle. La parte superiore del quadro è caratterizzata da un colore azzurro molto acceso. I significati da poter attribuire a quest'opera sono molteplici. La pianta potrebbe rappresentare la vita, il momento della nascita; la scala, a metà, rappresenta la "scalata’’, lo scorrere della vita. Il non poter vedere l'inizio di quest'ultima potrebbe essere un invito a dimenticare il passato. Allo stesso tempo, non è possibile vedere neanche la parte superiore, ovvero la fine, esprimendo "l’incertezza del futuro". (Valerio Licenziato)
• Quadro di Pamela Elizabeth Mazzu: raffigura una donna di profilo, su uno sfondo completamente bianco. La tecnica è mista, con l’uso di colori ad olio, matita e collage. La donna indossa un vestito azzurro con delle decorazioni bianche, arricchite da stralci di articoli di giornale; sul collo il titolo "The New York Times". I suoi capelli sono raccolti in una coda, con un nastro dello stesso colore del vestito, alcune ciocche sono lasciate libere ai lati del viso. Ha gli occhi chiusi e un'espressione piuttosto neutrale, come totalmente concentrata sul profumo dei fiori, tanto da non accorgersi del mondo esterno. In basso a sinistra vi è un cestino bianco, con all'interno dei fiori sui toni del viola. Le farfalle che circondano il cesto sembrano rappresentare il profumo dei fiori, richiamandone i colori, così come il giornale del vestito della donna: allo stesso tempo, rappresentano la serenità della situazione. Il quadro trasmette pace e spensieratezza, il contrasto tra i colori e il bianco fa saltare all'occhio i punti focali e cattura subito l'attenzione dell'osservatore. (Mirella Altiero)
• Scultura di Tony Afeltra: ''Visione Vesuviana Nolana'' realizzata con olio su legno, carta e ferro, vede in primo piano una piattaforma in legno utilizzata anche nelle altre ''Visioni Vesuviane'' (infatti l'autore ha raffigurato il Vesuvio visto da varie città del napoletano con opere simili a queste). Sulla piattaforma si erge un albero spoglio; in secondo piano c'è il mare nel quale galleggiano delle strutture non ben identificabili che rimandano alle attività dell'uomo; sullo sfondo il Vesuvio in eruzione. Scopo dell'autore è quello di evidenziare la distruttività del vulcano e l'impotenza dell'uomo davanti alla natura, rifacendosi anche al pensiero leopardiano. L'atmosfera cupa dell'opera trasmette un senso di angoscia e di disperazione per la possibile perdita di tutto ciò che è stato realizzato dall'uomo. (Paolo Caccavale)
• Quadro di Luca Dall'Olio: '' Visioni di paesaggio'', olio su tela. Raffigura dei reperti archeologici di epoca romana di Ercolano oppure Pompei. In primo piano troviamo, infatti, oltre ad elementi naturali, come lberi e piante, anche una strada, delle colonne (in parte abbattute) , archi ed edifici antichi. In secondo piano è possibile notare sulla sinistra i faraglioni capresi: non mancano edifici moderni, ma solo abbozzati, perché tutta la concentrazione va sul paesaggio naturale ed in modo particolare sul Vesuvio. L'opera trasmette equilibrio, tranquillità ed armonia, nonostante il carattere ''catastrofico'' contenuto nei resti, i quali rimandano senza ombra di dubbio all'eruzione del vulcano. (Gregorio Barone)
• Quadro di Ennio Montariello: ''Amore'', olio su tela. Il quadro è diviso in quattro sezioni. La parte centrale, in rilievo, rappresenta un uomo ed una donna che stanno per abbracciarsi e baciarsi. Possiamo notare come la donna abbia i capelli spettinati e porti un bracciale al polso destro. Sotto questa sorta di incantevole finestra centrale troviamo una sezione a sfondo rosso e in parte bianco con una mela al centro, che probabilmente rappresenta non solo il peccato originale, ma anche il peccato dei due amanti. Le ultime due sezioni fanno da sfondo e si trovano ai lati della sezione principale. Entrambe raffigurano un tramonto con colori caldi come l’arancione, il rosso e il giallo. La parte superiore di questa sezione mostra sempre un cielo sulle tonalità dell’azzurro miscelato a varie sfumature di rosso. (Maria Francesca Di Maio)
• Quadro di Laura Negrini: rappresenta due soggetti, l'uno il riflesso dell'altro. La donna di mezza età ha un volto che esprime sicurezza e superiorità, con lo sguardo rivolto verso uno specchio dove, anziché vedere se stessa, vede una figura contraria al suo aspetto: sconcertata ed impaurita, alle sue spalle arde un fuoco incombente. Potrebbe indicare le problematiche interiori di una persona che, agli occhi degli altri, riesce a mostrare quanto sia sicura di sé, ma non può mentire a se stessa e, specchiandosi, non può evitare di incontrarsi faccia a faccia con la sua reale condizione interiore: lo specchio come riflesso dell'anima. Che sia paura? Tristezza? Ricordi del passato? Qualunque cosa sia, la divora dall'interno, e presto o tardi dovrà uscire allo scoperto. (Annalisa Piro)
• Quadro di Giancarlo Gagliardi: è costituito da una serie di quadrati concentrici disposti dal più grande al più piccolo che danno una sensazione ipnotica a colui che lo osserva. Tali quadrati nei quattro angoli danno origine a quattro triangoli equilateri, le cui estremità si ricongiungono nell'ultimo quadratino al centro del quadro. Osservandolo a distanza, le linee si moltiplicano ed appaiono quali quadratini: si evidenzia il punto bianco centrale. (Fabio Accardo) Quadro di Rosa Perugino: il soggetto è semplice, arricchito da oggetti e simboli. Al centro del quadro, una donna mostra il proprio seno, con la mano sinistra regge un giglio, mentre con la destra sembrerebbe intenta a benedire. Sempre la mano destra tiene teso un filo che, in una serie di intrecci, va a comporre la frase "oltre la linea del tempo". Sullo sfondo compaiono un tramonto e le tenebre, che sembrino avanzare e coprire tutto lo sfondo man mano che il sole cali. Si potrebbe comprendere la donna del quadro quale personificazione dell'Arte: il mostrare il seno indicherebbe una maternità, ed anche l’arte rientrerebbe nell’espressione "ognuno è figlio dei propri tempi". La mano che benedice è da intendersi come un gesto che testimonia la sacralità dell'arte. Il tramonto sullo sfondo, che allegoricamente simboleggerebbe la morte o, comunque, la fine di qualcosa, resa più evidente dall'avanzare delle tenebre. Questa è, però, contraddetta da un filo che, ripiegato più volte su se stesso, compone la frase "oltre la linea del tempo", importante testimonianza del fatto che l'arte non può morire, l'arte è libera dalla tirannia del tempo. (Carmine Izzo)
• Quadro di Maria Comparone: è raffigurato un gioco di colori che fin da subito attira l'attenzione dell'osservatore. Da lontano si scorge la sagoma del Vesuvio che sembra quasi fuoriuscire dal dipinto. Tra gli edifici rappresentati spicca un particolare di Villa Campolieto. I colori presenti sono di una vivacità tale da trasmettere energia e vitalità. Sembra che l'autore abbia ''guardato'' all'interno della luce per carpirne tutte le sue sfumature. (Antonella Cipollaro)

martedì 3 gennaio 2017

Scuola lavoro: alternanza di qualità

Scuola lavoro: alternanza di qualità Riparte al De Bottis l’esperienza dell’alternanza scuola-lavoro Il 21 dicembre a Torre del Greco, presso la Biblioteca comunale “E. Aprea”, sita a Villa Macrina, gli studenti della IVB del Liceo ginnasio G. De Bottis hanno partecipato all’inaugurazione della Mostra ''Itinerario d'arte lungo il Miglio d'Oro''. L'iniziativa, organizzata dall’Associazione Arteggiando e dall’Ordine degli Architetti P.P.C. di Napoli e Provincia, è partita il 15 ottobre 2016 da Villa Fernandez (Portici) e terminerà il 29 Gennaio 2017 a Villa Signorini (Ercolano), coinvolgendo i diversi Comuni attraversati dal Miglio d’Oro. Tale progetto artistico si prefigge di valorizzare e far conoscere il patrimonio storico architettonico situato lungo la Strada Regia delle Calabrie attraverso esposizioni di artisti, convegni, concerti e altri eventi culturali. Apprezzabili sono le opere d'arte in mostra e vivo interesse suscitano i preziosi testi antichi della Biblioteca, nei cui locali è allestita la mostra, recuperati e conservati con perizia. La partecipazione a tale evento degli studenti impegnati nell’alternanza scuola-lavoro si inserisce con efficacia nello sforzo di condivisione dei valori e degli interessi territoriali della cittadina vesuviana, in cui rientra la convenzione stilata tra il Comune di Torre del Greco ed il Liceo ginnasio “G. De Bottis”, e trova adeguato riscontro nella generazione dei prossimi lavoratori, confermando la validità dell'alternanza quale esperienza di crescita per i giovani. Mariarca D’Ambrosio Francesco Mori